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Nella ripresa dei wearable Apple non tiene il passo






Accantonati i timori di un calo nelle vendite, il mondo wearable torna a crescere nonostante il passo falso di Apple

Più di una vera e propria crisi, la prima dalla diffusione su larga scala, quella dei wearable si sta rivelando una prevedibile correzione di rotta. Dopo gli ultime due anni di crescita legata soprattutto alla ricerca di strumenti a supporto della salute nel post-pandemia, un calo nelle vendite era fisiologico.

Sono bastati pochi mesi però, affinchè le prospettive di crescita tornassero ad avere la meglio, anche se rimane un rallentamento da non sottovalutare. La conferma arriva dall’ultimo rapporto IDC, dove nel terzo trimestre di quest’anno, le vendite hanno registrato un aumento del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2022.

Sicuramente, cifre più contenute rispetto al passato, in un mercato però ormai maturo e sempre più sostenuto dalla sostituzione di smartwatch a auricolari di prima generazione ormai apparentemente limitati in funzioni e autonomia.

Nel periodo preso in esame, le vendite hanno raggiunto quota 148,4 milioni di prodotti, Anche senza l’impulso della prevenzione verso il Covid-19 e la maggiore attenzione alla salute, l’innovazione è stata sufficiente a immettere sul mercato quasi quattro milioni di nuovi wearable in tre mesi.

Auricolari e smartwatch non saranno più soli

Tra le principali ragioni della ripresa, IDC indica la rapida crescita dei piccoli produttori, Una volta consolidato il mercato, grazie anche alle campagne di marketing dei nomi più noti, l’attenzione diffusa ha portato a valutare sempre più le alternative. In modo particolare, quando si parla degli auricolari, il prodotto più importante a livello numerico quando si parla di vendite wearable.

Il prodotto simbolo resta comunque lo smartwatch, dove sono ormai lontani i tempi dei primi approcci al mercato consumer di Fitbit. Ora, la stessa azienda assorbita da Google è solo uno dei tanti pretendenti, in crescita per numero e offerta.

Le novità da seguire riguardano invece gli smartring. In Italia ancora poco diffusi, hanno però un potenziale interessante come alternativa all’insegna della praticità, per avere comunque la possibilità di monitorare i propri parametri di salute o eseguire pagamenti senza rinunciare a un orologio tradizionale

Non bisogna inoltre dimenticare i potenziali effetti di quella che al momento sembra la grande sfida del 2024. Gli strumenti per la realtà virtuale e realtà aumentata. Con buona probabilità, la risposta del mercato a Vision Pro, determinerà i tempi anche per i diretti rivali, rilanciando eventualmente anche gli smartglasses.

Il passo falso non preoccupa Apple

Sul fronte dei numeri, ci sono interessanti novità, anche se in parte solo apparenti. Fermo restando infatti la leadership Apple, bisogna però registrare un passo indietro. Sia sul fronte delle vendite, passando da 40,8 a 29,9 milioni di prodotti consegnati, sia nella quota, abbassata di conseguenza dal 28,2% al 20,2%.

Cifre così importanti, hanno però una ragione. A parte le novità relative dei Watch e degli auricolari, i nuovi smartwatch sono arrivati sul mercato qualche tempo dopo rispetto alle abitudini. Per un giudizio più completo è quindi meglio aspettare i risultati dell’ultima parte dell’anno.

La seconda posizione del marchio boAt è la migliore espressione dello spostamento del mercato verso Est. Il marchio indiano deve infatti la quota del 9,6% quasi per intero al mercato interno, a spese dei vicini di casa.

I quali comunque non possono lamentarsi più di tanto. Anche Xiaomi registra una buona crescita, occupando il 7,8% delle preferenze, in salita rispetto al 5,9% di un anno prima. Aspetto molto importante, abbastanza da superare Samsung, in discesa al quarto posto dall’8,2% al 7,2% e soprattutto con oltre un milione di wearable venduti in meno.

Al  momento quindi, l’ambizione di sfidare Apple sembra decisamente da accantonare. Anche perché alle spalle, Huawei si avvicina. Comunque, non tanto velocemente, perché anche il produttore cinese accusa un calo nelle vendite di quattrocentomila prodotti, con una quota anch’essa scesa da 6,2% a 5,7%. In pratica, una sorta di confronto a chi fa meno peggio, probabilmente non molto gratificante per due produttori sempre molto ambiziosi e sicuri di sé.

Pubblicato il 5/12/2023


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