La scure della Copia privata si abbatte anche sui wearable






Prelievo forzato privo di ogni fondamento, presto la Copia privata si pagherà anche sui novi smartwatch dotati di memoria

Qualcuno probabilmente conosce quella sorta di prelievo forzato su qualsiasi dispositivo idoneo a memorizzare dati. Tutti, quasi certamente almeno una volta l’l’hanno pagata, non necessariamente sapendolo. In pratica una tassa occulta, camuffata dietro il nome all’apparenza rassicurante di Copia privata, a uso della SIAE e da pagare su ogni supporto di memoria.

Quindi, ogni volta si compri una scheda di memoria, un DVD da registrare, un hard disk o anche solo un qualsiasi dispositivo nei quali usarli, bisogna pagare un’addizionale. Ufficialmente, destinata a compensare una presunta perdita sui diritti d’autore a causa delle copie.

In pratica, un balzello dovuto anche da chi vuole solo memorizzare dati, foto e video su un supporto permanente, scattare immagini, riprendere con una telecamera i propri affari.

Già di per sé, la Copia privata appare insensata e pretestuoaa. Nonostante questo, o proprio per questo, ha resistito nel tempo a ogni ragionevole richiesta di giustizia digitale, quasi come fosse al servizio di una lobby preoccupata solo di rastrellare soldi senza preoccuparsi più di tanto dell’etica dell’operazione.

I wearable, pericolosi strumenti di copia illegale

Come capita spesso in situazioni del genere in Italia, si è però riusciti a spingersi oltre. Solo per il fatto di essere dispositivi dotati di una memoria interna, la Copia digitale si pagherà anche su smartwatch e altri wearable.

La conferma di uno di quei provvedimenti tenuti nell’ombra arriva da Confindustria Digitale. «Contraddicendo l’impegno da lui stesso assunto lo scorso 22 aprile in audizione alla Camera dei Deputati – denuncia il presidente dell’Associazione Cesare Avenia -, il Ministro Franceschini ha firmato l’allegato tecnico con cui aumenta il prelievo sulle tecnologie digitali più utilizzate dalle persone. Le stesse che negli scorsi mesi di lockdown hanno consentito il lavoro a distanza, la prosecuzione delle attività didattiche e il mantenimento di relazioni sociali a milioni di cittadini».

Quindi, al servizio di interessi ben lontani da quelli dei cittadini, ancora una volta la promessa non è stata mantenuta e le rassicurazioni sono state disattese. Di più, è stato invece introdotto un aumento nel compenso per Copia privata, in evidente controtendenza rispetto alle abitudini dei consumatori.

Copia privata, la tassa sul nulla

Cioè, uno studio della stessa Confindustria Digitale ha confermato come di fatto la copia privata non esista più, resa obsoleta dallo streaming diventato di gran lunga la modalità prevalente con cui gli italiani usufruiscono legalmente di contenuti digitali.

Eppure, continua a comparire sotto forma di una tassazione soggetta ad aumenti periodici, su Pc, smartphone e tablet. Estesa nel tempo a decoder e Smart Tv, la brama di ulteriori guadagni è ora arrivata a colpire anche i wearable.  Aspetto ancora più irritante, la conferma arriva dallo stesso ministro Franceschini, attraverso un allegato tecnico del decreto.

Neppure trascurabili le cifre. Il nuovo decreto dispone infatti aumenti sugli smartphone e tablet fino ad un compenso di 6,30 euro dai 64 GB ai 128 GB e di 6,90 euro dai 128 GB in su, incrementando così il gettito su smartphone del 17% e sui tablet quasi del 30%.

Confermato il compenso su tutte le TV dotate di funzione PVR pari a 4 euro e l’introduzione di una tariffa sui decoder aventi la medesima funzione. Considerando come questi apparecchi abbiano solo la possibilità di registrare e non memorizzare, si tratta in realtà di una doppia imposizione.

«Risulta chiaro come la visione ministeriale alla guida del compenso per copia privata in questi anni sia stata quella di considerare i prodotti dell’innovazione tecnologica come mucche da mungere, con balzelli sempre più ingiustificabili – riflette Avenia -. Andrebbero invece considerati opportunità per sviluppare in maniera innovativa le potenzialità di allargamento del mercato dell’industria della cultura, costruire nuovi modelli di business e di remunerazione».

In definitiva, permane da parte dello stato una logica considerata estremamente miope e penalizzante. Con la conseguenza non solo di non favorire l’evoluzione del  settore, ma andando addirittura in controtendenza con le esigenze generali di trasformazione digitale.

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