Idee chiare in Fitbit sullo smartwatch che verrà






L’emergenza coronavirus avrà un forte impatto anche sul mondo smartwatch. Le mosse Fitbit per trasformarli in dispositivi medicali

Tra i tantissimi dubbi su come prepararsi ad affrontare uno scenario totalmente cambiato nel giro di pochi mesi, nel mondo wearable si sono invece presto affermate anche alcune certezze, intorno alle quali riflettere.

Prima di tutto, una maggiore importanza nel settore medicale, e di conseguenza un messaggio molto importante per i produttori di smartwatch, costretti a una serie di decisioni strategiche.

«La situazione generata dal coronavirus ci ha certamente colto tutti spiazzati – ammette Alexa Bisi, marketing manager di Fitbit -. Prima di tutto dal punto di vista personale, nel gestite l’emergenza e dover dedicare molta più attenzione alla salute».

Inoltre, in modo abbastanza improvviso da giustificare un certo disorientamento iniziale, seguito da una buona dose di timori. Nel corso delle settimane però, il quadro Covid-19 ha iniziato a delinearsi meglio.

Alexa Bisi, marketing manager di Fitbit

Nuovi smartwatch per un nuovo scenario

«L’insegnamento principale è il modello sanitario da cambiare – riflette Bisi -. Come già dimostrato da diversi studi, i wearable avranno un ruolo fondamentale e proprio per questo vogliamo essere il più possibile partner in queste ricerche».

Le ambizioni dell’azienda nel settore medicale non sono un mistero. Parallelamente all’offerta consumer, da diverso tempo è infatti attiva Fitbit Health Solutions, impegnata proprio nella ricerca e negli studi per estendere la portata dei wearable al servizio della medicina. Attualmente, sono circa 800 le collaborazioni attive.

Sotto controllo medico a distanza

«L’emergenza spinge a guardare prima di tutto a come essere di aiuto durante un’epidemia, ma più in generale, dove c’è la utilità in un monitoraggio a distanza, c’è spazio per sfruttare i vantaggi di un wearable».

Uno smartwatch affidabile infatti, può essere un ottimo aiuto in uno dei momenti più delicati di una cura. Superata la fase iniziale, appena un paziente inizia a sentirsi meglio spesso tende a lasciarsi andare nel seguire le indicazioni, aumentando il rischio di vanificare gli sforzi. Un dispositivo in grado di garantire un controllo remoto non invasivo, è certamente un grande aiuto.

Proprio da queste riflessioni nascono però anche gli ostacoli da superare. Alcuni noti da tempo, a partire dalle certificazioni, altri invece più recenti, come la necessità di funzionalità finora non considerate importanti per un wearable.

Cambio di rotta, su un percorso a ostacoli

«La sfida è ora integrare su uno smartwatch consumer sensori e algoritmi di analisi a livello sanitario. Permettendo però di continuare ad avere al polso un dispositivo bello e pratico, che non sembri un apparato medico».

Un percorso lungo e accidentato, spesso diverso per i vari mercati. «Una certificazione significa anche un bagno di sangue a livello di fatica e pratiche da svolgere. D’altra parte, parliamo di prodotti da tarare su parametri scientifici, dove non sono ammessi margini sull’attendibilità».

Tuttavia, non ci si può scoraggiare. Anche nell’Unione Europea Fitbit ha così avviato da tempo le procedure per certificare le funzioni di  base applicate al rilevamento della frequenza cardiaca, come EGC e PPG.

A seguire, sarà poi possibile ampliare il raggio d’azione, a partire dal tanto pubblicizzato VO2, l’ossigenazione del sangue presente su praticamente tutti i modelli più recenti di ogni produttore, ma mai attiva proprio per assenza di certificazione.

Qua però, entra in gioco un altro aspetto importante. Se per le certificazioni in corso si parla di obiettivi fissati da tempo, ora si rende necessario un aggiustamento di rotta tanto importante quanto urgente.

Adattarsi in tempi brevi, la nuova sfida per gli smartwatch

Per esempio, se nessuno fino a oggi ha pensato di inserire un sensore per la temperatura corporea in un wearable consumer, è solo perchè non si è mai dimostrato utile. Ora invece, in sede di prevenzione da malattie come il coronavirus, tornerebbe molto utile.

«Tra due anni lo smartwatch sarà essenzialmente un dispositivo rivolto alla salute. Se oggi viene considerato soprattutto per tracciare l’attività fisica, ma presto ci permetterà anche di capire se stiamo bene. Aspetti già sfruttati come analisi del sonno e dello stress saranno più importanti, per capire quando servirà prendersi una pausa».

Per quanto grande possa sembrare la sfida, la buona notizia è la possibilità di dover aspettare meno del previsto per assistere alla svolta. «Credo che il 2021 sarà l’anno decisivo, e non solo per Fitibt – conclude Alexa Bisi -. Il percorso è ormai segnato e diversi produttori stanno già adeguando prodotti in fase avanzata di sviluppo. Dobbiamo ricordare che situazioni come il Covid-19 torneranno e il tema sarà sempre attuale. Tutti avremo più bisogno di strumenti in grado di tenerci informati in ogni momento sullo stato di salute».

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